venerdì 7 maggio 2010

Al nostro pubblico

Continuano ad arrivare in Teatro mail da parte del pubblico che, con toni assai più da nemici che non da amici affezionati (quali si proclamano), si dicono scandalizzati da questo "sciopero CONTRO il pubblico" e minacciano di non rimettere mai più piede in questo Teatro.
A queste persone, il cui amore per la musica e il Teatro ha tutto il nostro rispetto, vorremmo dire che lo sciopero è la forma di protesta più forte dei lavoratori e anche quella più pesante per i lavoratori stessi. 7 giornate di sciopero (per adesso) vogliono dire molto in busta paga. E ci auguriamo che questi 'amici del pubblico' non siano tra quelli che pensano che noi abbiamo stipendi miliardari: non sono miliardari, né quelli degli impiegati e nemmeno quelli dei professori d’orchestra. E se la gente si sciacqua la bocca con le buffe indennità che vengono sui giornali (l’indennità lingua straniera, o l’indennità nudo, tanto per dirne due che finiscono sempre sui giornali) ricordiamo quanto ha detto l’altro giorno un’artista del Coro in Assemblea: con una paga base di 500 Euro (che questa è!) uno si inventa anche l’ “indennità brufolo” per arrotondare lo stipendio!
Chiarito questo: alcuni ci dicono di fare concerti gratuiti invece che fare sciopero. Ne abbiamo fatti. E quanti! E forse ne faremo ancora, perché no? Sappiamo molto bene che i concerti gratuiti sono graditi al pubblico. “Casualmente” sono sempre stracolmi. E penso che anche il Governo sia felice di vederci fare concerti gratuiti: cosa meglio? “Che suonino un po’ gratis, quegli scansafatiche!”
Abbiamo proposto di fare “prove aperte” perché sono un modo per far vedere a chi ‘non sa’ come si svolge il nostro lavoro; un modo per far capire a tutti che continuiamo a lavorare perché speriamo presto di poter riprendere l’attività. Se questo pubblico pensa di essere più arrabbiato, deluso e triste di noi si sbaglia di grosso. Per tutti noi - dal macchinista al ballerino, dall’impiegato all’orchestrale - la cosa più bella, quella che ci dà più soddisfazione e dà un senso a tutto il nostro lavoro è far vedere e ascoltare quello per cui lavoriamo tutto l’anno.
Noi non sottovalutiamo affatto l’amore del pubblico per l’opera e la musica e la danza, ma forse si tratta di un amore un po’ egoista (come quasi tutti gli amori?), se si perde la solidarietà così facilmente. Cerchino, queste persone, di non amare solo il prodotto ma anche chi lo sta facendo e cerchino di capire che stiamo lottando contro una strada, quella imboccata da questo Governo, che potrebbe portare al silenzio totale di molti teatri o alla produzione di spettacoli e di musica non della qualità alla quale sono abituati.
Gli scioperi colpiscono sempre anche persone ‘altre’, e non solo ‘il padrone’. Chi è solidale con il ferroviere quando non può prendere il treno? Chi è solidale con il medico che fa sciopero quando gli viene rimandato un esame fissato da mesi? Chi è solidale con il controllore di volo quando gli viene cancellato il volo? Lo sciopero non soddisfa mai nessuno ma è segno del disagio più forte, è un grido disperato.
Questo stiamo facendo: stiamo gridando disperatamente, perché questo Paese vuol far morire qualsiasi tipo di cultura.
Cosa dire allora al nostro amato pubblico?
Non abbandonateci solo perché vi stiamo privando della musica. Lo facciamo nella speranza che, privandovi oggi, potremo farvela ascoltare ancora domani.
È una speranza legata a un filo, con questi chiari di luna, ma questa ci sostiene oggi.

I lavoratori del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

2 commenti:

serge ha detto...

Pienamente d'accordo. Corrazggio a tutti. Da un' abbonato francese fortunatissimo spettatore della prima della Donna senz'ombra.

gianfranco55 ha detto...

Sono pienamente daccordo con voi. Forse un'altra forma di protesta (un po' prosaica, forse, ma è un segno dei tempi...) potrebbe essere quello di interrompere l'opera - il concerto - nel momento in cui - proporzionalmente alla durata - finiscono i soldi del biglietto che lo spettatore ha pagato (esempio: l'opera costa 200, i biglietti pagati dagli spettatori coprono 100, gli altri 100 ce li mette lo Stato, che li taglia a 50: si interrompe l'opera a (100+50)/200 = 3/4 del tempo.
Un po' macchinoso, forse, ma di impatto per chi capisce solo la legge del quattrino.
Buona fortuna a voi - a noi.
Gianfranco Cataoli